Recensione

Maurizia VeladianoIl Giornale di Vicenza04 August 2004

Don Chisciotte delle campagne: un bambino diventa cantastorie

Operaestate/2. A Bassano Silvio Castiglioni ed un

BASSANO. Piccole e grandi storie. Incontri, ricordi, voci di un’infanzia lontana, ma anche Cervantes, Siviglia, Buenos Aires, Madrid, il fuoco della notte, il gelo dell’inverno, l’ilarità inquieta delle maschere antiche, il loro passo affamato e grottesco, i sussurri della campagna veneta, i suoi colori, il suo brivido azzurro, la mattina, quando la nebbia avvolge fossi e contrade, e la memoria aleggia leggera, senza più peso e dolore, tra i "broli" e le masserie di un’adolescenza bella e perduta. "Filò" di Silvio Castiglioni, di scena l’altra sera nel Chiostro del Museo nell’ambito di Operaestate Festival, racconta un tempo, un modo, una musica. E lo fa in assoluta libertà, giocando con i ricordi, intrecciando fili, momenti e vibrazioni differenti. Cervantes e il suo onirico Don Chisciotte cavalcano mondi che s’infilano diritti nelle corti di una campagna veneta che negli anni Cinquanta era ancora attraversata da "fole" eccitanti e misteriose. Una campagna dove anche il "cine" aveva il respiro di una magia rocambolesca e segreta. Castiglioni apre la scatola del tempo, il carillion inizia a suonare, e con lui il verso ipnotico di Andrea Zanzotto, che mette insieme cinematografo e vita, in un montaggioo affascinante e imprevedibile: "Ne ciùcia, ‘l cine, ‘l ne fa a tòch,/ co la so fòrfese ‘l ne strazia, ‘l ne reinpéta,/ inte le so moviole ‘l ne stravolta, / al ghe roba ‘l so proprio DNA/ al grop che è pi scondést de noialtri stessi/ dò inte ‘l pos senza fondi". "Marcellino pane e vino", "Giuditta e Oloferne", il buio della sala, il lampo della scimitarra che si abbatte sul collo dell’invasore, il sangue, ed ecco l’urlo raccapricciante del…mas’cio sgozzato riemergere dalla memoria di un bimbetto atterrito, che segue con sguardo attonito il rito cruento di una macellazione alla quale partecipa tutto il paese, fino a quando la notte scende pacificatrice e il giorno chiude finalmente gli occhi su tanto scempio lordato di rosso e di morte. Un colore che ritorna, più avanti, nell’atmosfera cupa e angosciosa degli anni di piombo, e ancor prima nel vento gelido di una Milano straziata dalla strage di Piazza Fontana. Il bambino è cresciuto, frequenta la grande città, gli ambienti universitari, il paese di Barabò è lontano, ma la voce della madre tiene il filo: "Steto ben? Gheto magnà?". Poche parole, sempre le stesse, ma quell’accento, quella cadenza dolce e affettuosa riallaccia il nodo, e le immagini tornano a scorrere rapide all’indietro: il circo, il leone sdentato, lo zio Sirio, la Devige, i morti, le bestie, quel "vecio parlar" che sa cullare una vita, proteggendola dalle intemperie, dalle alluvioni, dal terremoto, preservandola dalla frenesia di avvenimenti feroci e insensati. Un filò che passa il suo testimone. Una fiammella incerta, sospesa, fragile. Fino a quell’incontro, a Buenos Aires, con i discendenti di coloro che a inizio secolo lasciarono la nostra terra per "catar fortuna in te la Merica". Il testimone è lì, nelle loro mani, saldo, sicuro: il gioco delle maschere, Arlecchino, Pantalone, la Commedia dell’Arte, la lingua veneta, quel "vecio parlar" che Zanzotto trasforma in un canto struggente, si tendono in un arco capace di fendere il tempo e la vita. Canta il poeta e con lui Silvio Castiglioni: "Ma ti, vecio parlar, resisti. E si anca i òmeni/ te desmentegarà senza inacòrderse/ ghén sarà osèi - / do tre osèi sòi magari/ dai sbari e dal mazhelo foladi via -: / doman su l’ultima rama là in cao/ in cao de zhiése e pra,/ osèi che te à in parà da tant/ te parlarà inte ‘l sol, inte l’ombrìa". Un ritmo delicato, sottile, su cui scivola agile e sommessa la fisarmonica di Beppe Chirico, mentre il profumo vigoroso del "tastàsal", la carne di maiale profumata di aglio e rosmarino, si spande invitante sotto le arcate del chiostro. Frammenti, ricordi, immagini, odori di orto e di cucina per un teatro del narrare che scivola dalla piccola alla grande storia con lo sguardo avvolto in quelle brume filanti della campagna veneta, che nel racconto di Castiglioni acquistano vibrazioni screziate da una nostalgia che sa tendersi e disperdersi in una segreta geografia dell’anima. Da Barabò a Siviglia, in ginocchio davanti a un’anonima banca ispano-americana, dove un tempo si ergeva la prigione reale, luogo del mito e della poesia, perché in una delle sue celle Cervantes, nel 1597, creò la splendida epopea del Don Chisciotte, perché lì sogno e realtà corrono lungo un crinale, su cui il bambino di ieri e il cantastorie di oggi incrociano la maschera di una follia danzante e salvifica.