Spettacolo

Storia della colonna infame

Da Alessandro Manzoni

Con Silvio Castiglioni e la partecipazione di Georgia Galanti
Consulenza letteraria Luigi Weber
Drammaturgia Silvio Castiglioni e Giovanni Guerrieri

Regia Giovanni Guerrieri

Disegno luci Luca Brolli

Un progetto di Silvio Castiglioni ispirato da Sisto Dalla Palma

Produzione CRT Celesterosa
In collaborazione con I Sacchi di Sabbia

Foto Valentina Bianchi

Prima rappresentazione
28 aprile 2011, Milano, CRT Salone
Ripresa
9 febbraio 2017, Gradara, Teatro Comunale

A conclusione dei Promessi Sposi non compare la parola ‘fine’, spostata invece al termine della Storia della Colonna infame, l‘appendice al romanzo. Il Manzoni ci invita così a proseguire la lettura, mettendoci in guardia da una frettolosa soddisfazione per l’esito felice della vicenda di Renzo e Lucia. Nella realtà le cose sono andate diversamente: e se il romanzo è la storia di un desiderio di casa, l’appendice è la storia della distruzione di una famiglia. Le troppe occasioni in cui si materializza, ancora oggi, lo schema perverso del capro espiatorio ci hanno convinto a rimettere mano al fortunato spettacolo presentato al CRT di Milano nel 2011. Un gesto apotropaico, il nostro, come la febbrile scrittura del Manzoni, che entra nelle pieghe di quest’atroce vicenda del ‘600 per contrastare l’eventualità che si ripresenti.

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La scena è un salotto. Più esattamente è un assemblaggio di “cose” raccolte e messe in salvo nel corso degli anni dal Professore (era una sua passione, raccogliere e salvare le cose) una collezione immaginifica di oggetti desueti, sottratti all’uso una volta per tutte. Con gli oggetti abitano due custodi: il Professore (uno scrittore? un giornalista?) che sembra conoscere la natura del potere; e una donna, che sembra prendersi cura di lui. Per tutto il tempo che è loro concesso – il tempo dello spettacolo – i due si recitano addosso il Manzoni con un’urgenza misteriosa, come se le parole potessero essere dimenticate, e morire, e il loro compito fosse quello di salvarle.

C’è un clima spossato, come al rientro da una serata interminabile in una calda sera d’estate: la notte in cui la Divina Provvidenza gioca a carte con la Catastrofe.

Letture

Note sulla Storia della Colonna infame di A. Manzoni

La Colonna infame è una lunga ricostruzione del famoso processo agli untori che si verificò in occasione della terribile peste del 1630, ampiamente raccontata nel romanzo, sia certamente come sfondo, sia come uno dei principali attori della vicenda. La Peste come attore, dunque. Come protagonista che, al pari di Renzo, di Lucia, di fra Cristoforo, del cardinale Borromeo, ha diritto a una digressione che racconti come è nata, come si è sviluppata, quali tracce ha lasciato di sé.

La storia è nota: la medicina del Seicento ignorava la causa del contagio e, come sempre accade quando ci si trova di fronte a calamità insormontabili, nell’impossibilità di governare il caos che ne consegue e di spezzare la sequela ininterrotta delle sofferenze e delle morti, semplicemente si cerca un colpevole. Nel momento di crisi, spesso la società richiede il sangue di una vittima sacrificale, va alla spasmodica ricerca di un capro espiatorio che sconti tutto il Male dilagante e che dia agli uomini l’illusione irrazionale di placare l’ira degli dei: fosse anche quella del compassionevole Dio dei cattolici. Ed ecco spuntare la diceria che la peste sia propagata a causa di un non ben definito «onto», un unguento di cui alcuni individui, per loro loschi e incomprensibili scopi, vanno cospargendo case, strade, oggetti, vestiario etc.

La peste del 1630 sterminò un terzo della popolazione di Milano; le autorità cittadine, trovandosi in seria difficoltà e non riuscendo a gestire la situazione né gli umori delle masse, alimentarono la “diceria dell’untore” (come avrebbe detto Bufalino), troppo impegnate anche a barcamenarsi tra le pressioni ricevute dai francesi e soprattutto dagli spagnoli, che allora dominavano. Pertanto, assodato anche ufficialmente che la “colpa” della pestilenza era da attribuirsi senza dubbio agli untori, si scatenò—come era accaduto tante volte, nella Storia, con le minoranze, gli ebrei, le streghe—una vera e propria “caccia all’untore”, che coinvolgeva tutta la collettività, in un clima di diffidenza generalizzata che induceva i cittadini a denunciarsi tra loro, solo sulla base di semplici sospetti (o a volte neanche di quelli).

Manzoni, dopo un attento studio delle carte custodite negli archivi e degli atti processuali—che, per fortuna, non andarono perduti e che restano una testimonianza importantissima della follia collettiva che, a volte, si scatena a causa della paura—, ricostruì la vicenda giudiziaria che condannò a una morte atroce cinque cittadini milanesi—cinque innocenti—, con l’accusa di essere i responsabili dell’unzione pestifera. Ovviamente, altri indagati vennero assolti e rilasciati, solo perché garantiti da una migliore condizione sociale, che impediva al sistema giudiziario dell’epoca di perseguirli fino alle estreme conseguenze. Manzoni presenta, dunque, una pagina di storia del diritto penale, e si schiera sia contro i governanti sia contro i giudici che, pressati dalla volontà e dal furore popolare, condussero le indagini con evidente malafede e giunsero alle loro conclusioni basandosi solo su parole, e non su fatti; e soprattutto su accuse quasi sempre estorte tramite terribili pratiche di tortura.

L’autore—come si evince anche dal romanzo—ha molto a cuore il problema della giustizia e, per questo, prende posizione in modo netto contro i magistrati, che—pur nel loro ruolo di rappresentanti terreni dell’equilibrio e della razionalità, dell’equità e della legge positiva—si macchiarono della colpa gravissima di farsi coinvolgere dal clima di irrazionalità dilagante e di terrore di cui era preda il popolo.

Come già accennato, il processo, che si svolse nell’estate del 1630, decretò, tra l’altro, sia la condanna capitale di due innocenti, Guglielmo Piazza (un commissario di sanità) e Gian Giacomo Mora (un barbiere), sia l’abbattimento dell’abitazione di quest’ultimo. Come monito, infine, venne eretta, sulle macerie dell’edificio raso al suolo, la “Colonna infame” che, appunto, dà il titolo all’opera; colonna che rimase in piedi fino al 1778, quando, dopo la pubblicazione delle Osservazioni sulla tortura del Verri, il monumento, ormai divenuto una testimonianza d’infamia non più a carico dei condannati, bensì dei magistrati che avevano commesso una palese ingiustizia, venne finalmente abbattuto. Nel Castello Sforzesco di Milano è conservata l’iscrizione in latino che descrive le terribili pene inflitte agli innocenti, lapide prima affissa proprio sulla colonna.

—Maria Panetta, Università La Sapienza


Recensioni
Domenico Rigotti L'Avvenire

Con Manzoni contro la giustizia ingiusta

Un approccio teatrale di rara raffinatezza stilistica… In un clima all’apparenza spossato, i due si rovescino addosso il racconto con un’urgenza si direbbe misteriosa, come se le parole manzoniane dovessero sfuggire e il loro compito quello di salvarle, di mantenerle vive. Con la sua voce pastosa, bellissima, Silvio Castiglioni dà a loro una potenza straordinaria, la stessa che si ritrova in Emanuela Villagrossi. Uno spettacolo da non perdere. […]
Renato Palazzi delteatro.it

Storia della colonna infame

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Bernadette Majorana

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Julia Hila delteatro.it

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