Recensione

Renato Palazzidelteatro.it13 May 2011

Storia della colonna infame

Quando, l’altra sera, sono andato al CRT a vedere la Storia della Colonna infame, mi ha sorpreso incontrare Giuseppe Di Leva che ci stava tornando—ha detto—per la seconda volta. Di Leva scrive testi per il teatro da qualche decennio. Aveva curato l’adattamento per Carmelo Bene dell’Adelchi, quindi è un conoscitore della scrittura manzoniana, ma non è tipo da lasciarsi coinvolgere più di tanto. Alla fine, dopo avere assistito allo spettacolo, devo dire che non ero più troppo sorpreso: questa testimonianza, questa cronaca storica non è solo modernissima, ha anche qualcosa di vagamente misterioso negli echi di modernità del suo meccanismo interno.

La materia è ben nota: la Storia della colonna infame è una sorta di seguito, o di integrazione, dei Promessi sposi, e in particolare di quella parte dei Promessi sposi in cui si descrive la peste che infestò Milano nel 1630. Decimata dal contagio, la popolazione individuò i responsabili del flagello nei presunti “untori” che giravano per le strade cospargendo i muri di sostanze venefiche. Nel suo racconto, ricavato da documenti d’epoca, Manzoni ricostruisce il processo a due di questi disgraziati, il commissario di sanità Guglielmo Piazza e il barbiere Gian Giacomo Mora, evocando—sullo sfondo—l’orizzonte, il clima in cui esso si svolse.

Ho parlato della spiazzante modernità di questo testo: ciò che più colpisce, nel suo andamento, è l’asciuttezza, l’essenzialità dello stile. Manzoni espone i fatti con una gelida oggettività. Non commenta, non depreca, non fa del moralismo. Resta lontano da qualunque tentazione retorica: si limita a osservare il fenomeno,e ad analizzarne con spietata lucidità i vari passaggi. C’è qualcosa, in questo atteggiamento, che mi ha ricordato un autore di oggi, lo spagnolo Juan Mayorga, il quale nel suo bellissimo Hamelin rappresentava con lo stesso chirurgico rigore la difficoltà di approdare a una qualche verità definitiva in un caso di pedofilia.

Ho parlato anche di qualcosa di misterioso che vi si coglie: in effetti, non si capisce bene—e viene voglia di approfondirlo—come riesca lo scrittore, attraverso una forma così scarna, ad andare oltre la sostanza immediata degli avvenimenti. Manzoni illustra la logica di un processo ingiusto, mostra come nasce un terribile errore giudiziario. Ma, pur senza dire nulla di più, in ogni momento fa sentire i motivi sociali e culturali per cui quell’errore giudiziario è inevitabile e forse persino necessario. Fa sentire le fatali concatenazioni di un ingranaggio che, una volta messo in moto, nessuno può fermare. E questo ci riguarda ancora da vicino.

Coerentemente col copione, anche la regia di Giovanni Guerrieri si attiene a questo taglio spoglio, incalzante: l’azione è ambientata in un salotto del nostro tempo, dove un uomo e una donna—Silvio Castiglioni ed Emanuela Villagrossi—scandiscono con toni trasognati gli sviluppi dell’emblematica vicenda: i due si muovono fra oggetti incongrui, valigie, vecchi ventilatori, servizi di bicchieri di cristallo, e incongrui sono tanti piccoli segnali, certi gesti rituali di lui, i guanti di lattice indossati da entrambi, che gettano sulle loro parole una luce inquietante. Alla fine, dietro il fondale, appaiono non a caso in trasparenza due vere pecore, simbolo delle vittime sacrificali di ogni luogo e di ogni epoca.