Recensione

Ilaria AngeloneHystrio01 January 2017

Pietro Ghizzardi, il pittore contadino

Una mucca nella stalla guarda un cavallino e partorisce un puledro. Una visione fantastica, una geografia del desiderio che forse è la cifra più emozionante dell’opera di Pietro Ghizzardi, pittore contadino vissuto a Boretto – Bassa padana, dove il Po bussa spesso alla porta di casa – in pieno Novecento. Pittore malgrado tutto, potremmo dire, che usava i cartoni spianati e i colori se li fabbricava da solo con quello che aveva. Dipingeva su qualunque cosa, Pietro Ghizzardi, anche sui muri. Dipingeva donne, volti, corpi, animali sempre mansueti, con uno stile difficile da definire. Naïf, dice qualcuno, ma nulla a che vedere con Ligabue, suo conterraneo, altri lo avvicinano piuttosto a Rauschenberg o Schiele. Ispirato all’opera e alla vita di questo singolare uomo e artista, Casa Ghizzardi è un oggetto drammaturgico difficile da etichettare. Artefice dell’idea e di un progetto di riscoperta di questo artista sconosciuto, eppure apprezzato in vita da Cesare Zavattini, è Giulia Morelli, che del pittore è anche pronipote. Silvio Castiglioni conduce un piccolo gruppo di spettatori in un percorso della memoria, in cui Pietro Ghizzardi è raccontato, evocato e infine mostrato, attraverso le sue opere (una piccola selezione) e le sue parole sgrammaticate, fluviale flusso di pensieri, memorie, visioni, raccolte in un libro. Basta un cappello ornato di piume e un tabarro a Silvio Castiglioni per vestirne non solo metaforicamente i panni e venirci ancora più vicino, portandoci fra quella nebbia che sul Po è indispensabile ingrediente del paesaggio anche interiore. Inevitabile, alla fine, soffermarsi stupiti davanti a quei disegni. Un lavoro che merita lunga vita e attenzione.