Recensione

Mara SerinaAteatro N. 62

I fili del sogno e della ragione

Filò, un corpo magmatico di materia e sentimento, di poesia che prende forma nel tempo, con fatica, con sofferenza, in un lento distillarsi di ricordi personali e generazionali. Questo il traguardo cui è giunto Silvio Castiglioni che ha di recente elaborato in forma definitiva uno spettacolo cui sta lavorando da lungo tempo. Il risultato è splendido, emozionante, e la generosità dell’attore in scena è forte, viva, come non capita spesso di incontrare. La parola materica, il “vecio parlar” di Andrea Zanzotto, autore del poemetto Filò cui la messinscena si ispira, attraversa in modo discreto tutto lo spettacolo, divenendone l’anima ma senza ostentazioni, grazie alla capacità di ritrovare tutto il fango, tutta l’acqua, tutta l’energia visionaria e la nostalgia di quei versi nel filo rosso di una vita che porta il protagonista dal paese natale di Barabò alla grande Milano negli ambienti universitari e poi a Buenos Aires, per un incontro sconcertante, un incontro con la storia, di quelli che ti restano dentro. E non dimentica il clima caldo delle veglie di stalla Filò, anzi, lo ricrea mettendo gli spettatori in una particolare disposizione di ascolto e di condivisione. L’accoglienza ha infatti i profumi e i sapori della terra che ospita lo spettacolo, come se fosse la terra, col suo linguaggio antico di tradizioni, di cibi, di memorie, a parlare da subito con chi ha deciso di andare ad un incontro prima ancora che ad uno spettacolo. E l’effetto è immediato: come in una moderna veglia gli spettatori si fanno più solidali, le timidezze si sciolgono e scatta il magico meccanismo di consorteria tipico del cenare insieme. Lo spazio si lascia abitare con serenità e gli spettatori, giunti alla spicciolata da vite lontane, condividono un’esperienza che, seppur piccola, li rende un poco comunità. L’orologio e il tempo quasi scompaiono e la serata prende il ritmo naturale delle cose ed è l’energia che nasce dal pubblico a stabilire il momento giusto in cui lo spettacolo trova il respiro per partire. La veglia ha così inizio; durerà il tempo di un risotto antico, cucinato con cura mentre si ascolta una storia che guarda dritta negli occhi della Storia. Come un ricordo che arriva da lontano e poi si mette a fuoco, Castiglioni entra in scena dal fondo, preceduto dalla fisarmonica di Beppe Chirico. E’ il cammino di uno e di tutti, sono le immagini ingenue dei ricordi d’infanzia costellati di personaggi tanto improbabili quanto veri e reali, è l’affacciarsi al circo della vita dalla finestra del grande schermo, “il cine”. Il “cine” che fa paura, il “cine” irresistibile, istrionico, il “cine” che “al me strassina” e che “me fa spavento”, scrive Zanzotto. Un’attrazione che diventa il filtro della vita, lo spirito e l’inquadratura attraverso cui passerà ogni cosa:

ne ciùcia, ‘l cine, ‘l ne fa a tòch,
co la so fórfese ‘l ne strazha, ‘l ne reinpéta,
inte le so moviole ‘l ne straòlta,
al ghe roba ‘l so proprio DNA
al grop che é pi scondést de noaltri stessi
dó inte ‘l pos senzha fondi.

Ci succhia, il cine, ci fa a pezzi, con la sua forbice ci straccia, ci riappiccica, dentro le sue moviole ci stravolge, ruba il suo proprio DNA al grumo più nascosto di noi stessi giù nel pozzo senza fondo.

E la drammaturgia segue un raffinato montaggio cinematografico, in cui la parola diventa immagine e non solo, diventa inquadratura con primi e primissimi piani sui personaggi di Barabò (lo zio Siro che ride sempre, la maria Cucaiona, il leone, la Devige…), con un montaggio alternato per le telefonate con la madre che iniziano in italiano e si sciolgono calde nel “vecio parlar”, il dialetto di casa. E alla fine è un magistrale controcampo a dare il senso di un incontro, quello tra le parole di un poeta e le azioni di morte di un terrorista, disseppellite dalla memoria e ancora vive come lo è il dolore di un pugno nello stomaco. Ma il legame più viscerale con il cinema, con i versi di Zanzotto, con la lingua madre e con il ricordo di Federico Fellini, contrappunto felice di tutto lo spettacolo, passa attraverso il teatro e in particolare attraverso le maschere della Commedia dell’Arte, affascinanti e spaventose come il cine e come la “gorgone” che descrive Zanzotto in Filò:

ò vist la gran testa
testa de tut quel che noaltri són, tirada su desmat e desbón
tirada su e po’ dopo, cascar dó
tra sacrabòlti dizhion, prima, regina, et quidvis amplius
omnibus…(…)
Dia, tu me sé tornada – in – qua
Da l’aldelà de ciaro mort e morta celuloide mal tu me à fat, mal tu me à fat
In laguna in calivo e dentro aljazh
Ma de volerte no ò podést far de manco.

Ho visto la grande testa testa di tutto quello che noi siamo, sollevata per scherzo e sul serio sollevata e dopo cascar giù tra imprecazioni, panico, spavento – questa testa che è la nostra salvezza e perdizione, primigenia, regina e qualunque cosa di più grande per tutti… Dea, mi sei rinvenuta dall’aldilà di luce morta e morta celluloide: male mi hai fatto, male mi hai fatto in laguna in nebbia e dentro il ghiacco, ma di volerti non ho potuto fare a meno.

E questo desiderio di attrazione viscerale è proprio la maschera che s’impossessa quasi dell’attore. E’ strumento di lavoro ma diventa voce di un sapere arcano, insopprimibile ed è lai a parlare il vecio parlar, sedotta e seduttrice, falsa e sincera, immagine esteriore e anima intatta. Maschera memoria, ponte tra il passato e il presente, unico linguaggio per conoscere e rivelare la storia, umile pezzo di cuoio che ha aperto lo sguardo su verità che non sempre si ha il coraggio anche solo di sussurrare.

Così lo spettacolo riesce a tessere fili lontani: la gioventù, la storia personale, la strage di piazza Fontana, il cinema, il circo, la Commedia dell’Arte, scatenando un’emozione potente e raffinata insieme, legando ricordi e nuove veglie, veglie di spettatori che fanno mensa e iniziano a tessere i loro 2parlari”, di filo in filo:

si i fii, si i fii
del insoniarse e rajonar tra lori se filarà,
là su, là par atorno del ventar de le stele
se inpizharà i nostri mili parlar e pensar nóvi
inte ‘n parlar che sarà un par tuti,
fondo come un basar,
vert sul ciaro, sul scur,
davanti la manèra inpiantada inte ‘l scur
col só taj ciaro, ‘pena gua da senpre

se i fili, se i fili del sogno e della ragione tra loro si fileranno, lassù nei dintorni del tirar vento di stelle si accenderanno i nostri mille parlari e pensieri nuovi in un parlare che sarà uno per tutti, fondo come un baciare, aperto sulla luce, sul buio, davanti la mannaia piantata nel buio col suo taglio chiaro, appena affilato da sempre.